sabato 16 settembre 2017

Motivazione Sprint

“Io non misuro il successo di un uomo da quanto in alto riesce a salire ma da quanto in alto rimbalza quando tocca il fondo.” 

GEORGE SMITH PATTON

lunedì 11 settembre 2017

Non è vero che i carboidrati sono vietati ai diabetici, ma bisogna saperli scegliere


Alla larga dai carboidrati.
Chi soffre di diabete, ma anche chi non ha questo problema, pensa spesso di dover rinunciare a questi nutrienti per tenere sotto controllo la glicemia e magari dimagrire.
Nulla di più falso, come spiega "La dieta anti-diabete", consigli e ricette per combatterlo e prevenirlo di Elena Meli (Giunti Demetra Ed.) che attinge raccomandazioni e suggerimenti dagli studi più recenti: quel che conta è scegliere i carboidrati giusti, perché la "quota" rispetto alle calorie totali deve restare invariata per chiunque, pari a circa il 60 per cento di ciò che si mangia ogni giorno.
"Non è più tempo di divieti assoluti per chi soffre di diabete, sono tanti gli accorgimenti utili per mangiare in modo sano, vario e con gusto senza alterare l'assetto metabolico",
osserva Giuseppe Marelli del gruppo di lavoro "Diabete e nutrizione" dell'associazione medici diabetologi.
I carboidrati, la "benzina" per far funzionare l'organismo, devono essere portati in tavola a ogni pasto ma nelle prime ore del giorno il metabolismo è in grado di sfruttarli al meglio, per cui man mano che passano le ore è bene ridurne la quantità.
Detto ciò, l'obiettivo è scegliere quelli "buoni", riducendo i carboidrati semplici senza tagliare quelli complessi.
I primi sono zuccheri che si trovano in dolci, biscotti, cereali da colazione e così via: molto facili da assimilare, provocano picchi di glicemia repentini che fanno male ai diabetici e non solo (una glicemia stabile è fondamentale per chiunque, perché per esempio aiuta a tenere sotto controllo il peso).
I carboidrati complessi invece sono utili all'organismo anche in caso di diabete e si trovano in pane, pasta, riso, tutti alimenti che non sono più vietati per chi ha la glicemia alta: dipende da quantità e qualità, da come vengono cotti, dagli abbinamenti con altri cibi.
Regola fondamentale: sceglierli integrali perché la presenza delle fibre abbassa l'indice glicemico e questo porta a un miglioramento della regolazione della glicemia oltre che alla diminuzione dell'insulina in circolo e dell'insulino-resistenza in chi non è diabetico.
Si quindi alle farine di tipo 1 o 2 anziché "o" oppure "oo" per preparare il pane o la pizza, si alla pasta integrale, meglio ancora se si opta per i cereali integrali in chicco (come riso, avena, farro, miglio, orzo non perlato) perché doverli masticare più a lungo aumenta la sazietà e riduce l'assorbimento del glucosio.
Per rendere i carboidrati complessi ancora più "amici" dei diabetici basta poi abbinarli ai nutrienti giusti: il trucco è associarli per esempio alle verdure, che grazie alle fibre riducono l'ingresso del glucosio in circolo.
In alternativa si può puntare su piatti unici che contengano proteine e grassi "buoni" da formaggi e carni magre, pesce, legumi: aumentano il grado si sazietà, rallentano lo svuotamento gastrico e diminuiscono il picco glicemico dopo il pasto.
E anche la cottura conta: le patate, per esempio, possono essere mangiate, magari a pranzo e contendendo la porzione, però arrosto e non come purè o bollite, perché la bollitura le rende più digeribili facilitando l'assimilazione del glucosio, e mai associate a pane o pasta, ma sempre alla verdura.

Tratto dal Corriere Salute del 10 Settembre 2017

sabato 9 settembre 2017

giovedì 7 settembre 2017

Uso dei diuretici


I diuretici causano disidratazione in quanto richiamano una grande percentuale d'acqua dal plasma più di quanto l'organismo possa fare con la sudorazione.
In aggiunta, i farmaci che causano una marcata diuresi influiscono negativamente sulla funzione neuromuscolare; ciò non accade quando si perdono fluidi con l'esercizio fisico.
I farmaci che inducono vomito e diarrea, usati per ridurre rapidamente il peso per disidratazione, determinano una eccessiva riduzione dei sali minerali, con astenia e ridotta funzione neuromuscolare.

mercoledì 6 settembre 2017

Ceci


I ceci (Cicer arietinum) sono i semi di una pianta erbacea originaria dell'Asia.
Fanno parte della famiglia delle Leguminose, come fagioli, lenticchie, fave, soia, piselli.


Contenuti:

I ceci contengono proteine di buona qualità, zuccheri (in prevalenza amidi) e grassi polinsaturi.
Sono ricchi di vitamine del gruppo B e di vitamina E, e hanno una buona percentuale di sali minerali, come fosforo, potassio, magnesio, manganese, calcio, sodio, ferro, zinco.
Hanno anche un buon contenuto di fibra alimentare.


Proprietà:

I ceci, oltre a essere un alimento energetico, utile in tutti i casi di astenia e di attività fisica pesante, oppure per chi segue un'alimentazione di tipo vegetariano, hanno numerose proprietà importanti per il mantenimento di un buono stato di salute:
- favoriscono il controllo dei livelli di colesterolo e trigliceridi (grassi alimentari) presenti nel sangue, risultando utili per tutte le persone che soffrono di dislipidemie (aumento dei livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue);
- migliorano la regolazione delle glicemia nei pazienti diabetici;
- regolano la meccanica evacuativa, importante in caso di stitichezza;
- stimolano la diuresi e facilitano l'eliminazione di acido urico, utili quindi in caso di ritenzione e calcolosi delle vie urinarie;
- migliorano la digestione e la funzionalità del fegato;
L'uso dei ceci può essere controindicato nelle persone che soffrono di colite, poiché contengono alcuni zuccheri che, fatti fermentare dalla flora batterica intestinale, producono gas, dando origine a flatulenza e meteorismo.


Per favorire la diuresi:

Per favorire la diuresi si prepara un brodo facendo cuocere in un litro d'acqua, per mezz'ora, 100 g di ceci e 150 g di orzo, si aggiungono poi 50 g di prezzemolo, e si lascia riposare il brodo per dieci minuti; quindi si filtra e se ne bevono tre bicchieri al giorno.

sabato 2 settembre 2017

Motivazione Sprint


Noi siamo la somma totale dei nostri pensieri:
tra 5 anni saremo ciò che penseremo da oggi in poi.
Se vuoi cambiare te stesso cambia il tuo modo di pensare!

mercoledì 30 agosto 2017

Uso della frequenza cardiaca per stimare il livello di dispendio energetico


Per ogni individuo esiste una relazione lineare tra frequenza cardiaca e consumo di ossigeno e questa relazione vale per un ampio spettro di attività fisiche di tipo aerobico.
Da questa relazione (determinata in laboratorio) è poi possibile stimare il consumo di ossigeno, quindi il dispendio energetico, servendosi della frequenza cardiaca.
Questo approccio è ampiamente usato quando non è possibile misurare il consumo di ossigeno nel corso di un'attività fisica.
La figura presenta appunto le relazioni tra frequenza cardiaca e consumo di ossigeno per due atlete di una squadra di pallacanestro durante un test a carico crescente su ergometro trasportatore.
Come si vede, per entrambi i soggetti, la frequenza cardiaca (HR) aumenta linearmente con l'aumento del consumo di ossigeno (VO2).
Per entrambe le donne le rette HR-VO2 sono lineari, ma la stessa frequenza cardiaca non corrisponde allo stesso consumo di ossigeno poiché la pendenza delle retta è diversa.
La frequenza cardiaca aumenta molto meno nel soggetto B (nera)  rispetto al soggetto A (rosso), a parità di aumento di consumo di ossigeno.

Il punto che deve essere rimarcato è che conoscendo la frequenza cardiaca è possibile risalire al consumo di ossigeno in modo abbastanza accurato.
Per l'atleta A una frequenza cardiaca di 140 battiti al minuto corrisponde a un consumo di ossigeno di 58 ml di O2 * kg al minuto.
Registrando la frequenza cardiaca mediante telemetria è stato possibile risalire alla relazione con il consumo energetico (HR-VO2) delle due atlete nel corso di una partita di pallacanestro.
Nonostante la tecnica di risalire al consumo di ossigeno partendo dalla frequenza cardiaca sia molto pratica, in realtà ha un utilizzo relativo, in quanto validata solo per alcune attività, e la relazione tra frequenza cardiaca e consumo di ossigeno non è la stessa per tutte le attività fisiche.
Inoltre, l'assunzione che la relazione HR-VO2 ottenuta in laboratorio sia valida anche per l'attività fisica stessa è una forzatura.
Vi sono fattori che influenzano la frequenza cardiaca indipendentemente dal consumo di ossigeno.
Tra questi citiamo la temperatura ambiente, le emozioni, il fatto di avere precedentemente assunto cibo, la posizione corporea, i gruppi muscolari interessati, la dinamica dell'esercizio e cioè se è di tipo ritmico o continuo.
Ad esempio, se un soggetto pratica danza aerobica, la frequenza cardiaca corrispondente a un certo consumo di ossigeno è sempre superiore rispetto a quella che il soggetto avrebbe se corresse su un ergometro trasportatore.
Anche nel corso di esercizi con le braccia di tipo statico (ad esempio, sollevamento pesi) la frequenza cardiaca è superiore rispetto a esercizi di tipo dinamico, ovviamente a parità di consumo di ossigeno.
Quindi, in questi casi, l'uso della frequenza cardiaca per risalire al consumo di ossigeno (relazione HR-VO2 sviluppata in generale per esercizi aerobici come la corsa o il ciclismo) sovrastima il consumo di ossigeno.